Riporre la giornata nella cornice del temple stay alla Jeondeungsa

La mattina a Ganghwa arriva prima di tutto con l’odore dell’acqua. È un’isola posta nel punto in cui si mescolano mare e fiume: nell’aria resta sempre una lieve nota di sale. Quando si risale il versante del monte Jeongjoksan, quel profumo lentamente si trasforma in odore di terra e di legno. Superate le porte e risalita appena la stradina sterrata, tra i rami si intravede la copertura in tegole dell’area del tempio. È la Jeondeungsa (傳燈寺).

Foto fornita dall’Agenzia per i beni culturali
Foto fornita dall’Agenzia per i beni culturali

Il tempio che attraversa 1.600 anni

Si racconta che la Jeondeungsa sia stata fondata nel 381, all’epoca del re Sosurim di Goguryeo, dall’abate Adohwa. In origine si chiamava Jinjongsa (眞宗寺). Se questo resoconto è corretto, diventerebbe il tempio più antico tra quelli tuttora esistenti nel nostro Paese. Lo stesso tempio si presenta così: «il tempio più antico (最古) esistente, dove convivono natura e storia, miti e leggende».

Solo leggendo i numeri si parla di più di 1.600 anni, ma quando si sta nel cortile del tempio, quel tempo appare invece quieto. Il grande albero di zelkova davanti alla sala Daeungbojeon getta un’ombra ampia e, sull’orlo delle gronde, il vento smuove talvolta il campanello. La sensazione che la Jeondeungsa trasmette ai visitatori, al primo impatto, è quella di qualcosa di antico che non sembra speciale: semplicemente, è lì.

Un’unica lanterna di giada che dà il nome

Il nome attuale viene dalla consorte reale di re Chungnyeol di Goryeo, Jeonghuagungju. Si dice che il nome Jeondeungsa derivi dal fatto che Jeonghuagungju avrebbe portato in questo tempio una lanterna (玉燈) realizzata in giada. Quel nome, che significa «portare una lanterna», si sovrappone anche all’idea di tramandare il Dharma.

La verità è che quella lanterna di giada non è rimasta nel tempio. Si tramanda che durante la spedizione di Benin (byeongin yangyo) del 1866 le truppe francesi l’abbiano razziata e portata via. La cosa che stava alla base del nome è scomparsa, restando solo il nome. Secondo un articolo del Kyungin Ilbo, nel tempio è rimasto un recipiente di bronzo per l’acqua del diametro di 112 cm e dell’altezza di 72 cm, e la pubblicazione 『Storia di Ganghwa』, edita nel 1976, spiega che quel recipiente era usato da Jeonghuagungju.

La donna che regge il cornicione

Il punto che le persone, alla Jeondeungsa, guardano più a lungo è uno dei quattro angoli del cornicione della sala Daeungbojeon. Lì si trova la nabu-sang (裸婦像), una scultura che raffigura una donna nuda accovacciata mentre sostiene il tetto.

Si tramanda che l’origine di questa scultura sia legata a una storia intrecciata tra il carpentiere capo, il dobyeonsu, e una donna durante i lavori di riparazione e costruzione della sala Daeungbojeon nel XVII secolo. Non si tratta di una storia che permetta di stabilirne l’autenticità. Ma proprio l’idea che il carpentiere, incidendo i propri sentimenti sotto il tetto, abbia fatto sì che quel peso gravasse per quasi 400 anni è un passaggio che chi visita il tempio continua a rimuginare a lungo. Davanti a questa scultura, viene spontaneo chiedersi dove tenere il cuore e come posarlo.

Il tempio che ha custodito gli annali

La Jeondeungsa era anche uno spazio di pratica spirituale, ma servì pure a custodire i registri nazionali. Durante la dinastia Joseon, il tempio ebbe il compito di proteggere il Jeongjoksansa-go, il deposito in cui si conservava la 『Annali della dinastia Joseon』. Le registrazioni della dinastia furono spostate sull’isola per metterle al riparo dalle calamità e l’ultima roccaforte fu questa montagna.

La Samrangseong (Jeongjoksanseong), che circonda il tempio, è una fortezza che custodisce la leggenda secondo cui i tre figli di Dangun l’avrebbero edificata. La struttura consente di passare dalle porte ed entrare nel tempio: durante la camminata, i visitatori finiscono con lo separarsi naturalmente dal mondo esterno, come da una doppia barriera. Non è un dispositivo pensato per la meditazione, eppure funziona di fatto in questo modo.

Foto - Korea Tourism Content Lab
Foto - Korea Tourism Content Lab

Una giornata tra sedersi, camminare e mangiare

La Jeondeungsa gestisce un temple stay. Le attività che il tempio propone includono sei esperienze: il rito dell’alba, la meditazione seduta, l’offerta del pasto con ciotole (balwoo gongyang), l’esperienza del tè, il pellegrinaggio nei templi e la partecipazione al lavoro (ulryeok).

Il rito dell’alba comincia nel momento più buio della giornata. È il tempo in cui si «ricevono» col corpo il suono della campana e quello del moktak: per chi lo affronta per la prima volta, più che una semplice meditazione, è un’esperienza vicina all’apertura dei sensi. Subito dopo arriva la meditazione seduta. Si prende una postura e si segue il respiro: per chi non ne ha familiarità, è anche un periodo in cui le gambe iniziano a intorpidirsi.

Il balwoo gongyang consiste nel prendere il riso e gli alimenti serviti in quattro ciotole, senza lasciare avanzi, e alla fine sciacquare con l’acqua e perfino berla. È una procedura che insegna con il corpo quanto lavoro e quante mani richieda ciò che si porta alla bocca. L’esperienza del tè è il tempo in cui si rallenta la velocità delle mani mentre si prepara e si beve il tè, mentre ulryeok è il momento in cui si svolgono insieme lavori come spazzare il cortile o preparare le verdure. Dentro un’unica giornata convivono sia la meditazione da seduti sia quella che si fa muovendosi.

Quando conviene andarci

Ganghwa è un’isola in cui le stagioni si mostrano con volto molto definito. In primavera, lungo la strada delle fortezze spunta una sfumatura verde-giada; in estate, il bosco si fa più fitto e l’ombra arriva fino al cortile del tempio. Nella stagione dell’autunno, quando le foglie si tingono, i visitatori arrivano in massa. Se si cerca un momento di quiete, meglio la tarda autunno e l’inizio dell’inverno, oppure i giorni feriali di inizio primavera. In inverno, il vento del mare supera il monte Jeongjoksan e fa scendere la temperatura percepita: conviene quindi portare abiti in quantità.

Anche il fatto che si possa arrivare e tornare in giornata partendo dall’area metropolitana rappresenta un vantaggio del tempio. Per chi fatica a tenersi libero l’intero arco della giornata, è raro trovare luoghi che offrano la tranquillità di mezza giornata con un accesso così comodo.

Informazioni per i visitatori

  • Indirizzo: Distretto di Ganghwa, Seongmodo-gilsa, Ganghwa-gun, Myeongjang-myeon? (dentro il Seongdeungsan Samrangseong sul monte Jeongjoksan)

  • Segreteria del temple stay: 032-937-0152

  • Ufficio di fine cerimonia (Jongmu-sŏ): 032-937-0125

  • Prenotazione del temple stay: sito unico di prenotazione (templestay.com) oppure sito web della Jeondeungsa (jeondeungsa.org)

  • Come arrivare: i mezzi pubblici prevedono di passare dal terminal di Ganghwa e poi spostarsi in direzione Onsu-ri, nella zona di Gil-sang-myeon. Da lì si prosegue a piedi oppure si usa l’autobus locale del distretto. L’intervallo tra le corse varia a seconda di stagione e giorni della settimana, perciò è consigliabile controllare in anticipo le informazioni sui trasporti pubblici del distretto di Ganghwa.

Il calendario per ciascun programma, la quota di partecipazione e se le attività sono svolte in modo continuativo o nei fine settimana non sono pubblicati separatamente sul sito del tempio. Per sapere i dettagli esatti, si può contattare la segreteria del temple stay.

Un luogo per il viaggio in meditazione

Finché l’esperienza di viaggiare in meditazione in Corea è stata immaginata solo come un lungo percorso di pratica in profondità tra le montagne, posti come questo, a mezza giornata di distanza dall’area metropolitana, sono stati raccontati molto meno. La Jeondeungsa riunisce in un unico posto la storia di 1.600 anni e il fatto di custodire i registri della dinastia, la fortezza della leggenda di Dangun e i programmi di pratica che si svolgono ancora oggi. Significa poter mostrare, in poco tempo, una compressione del tempo coreano e questa condizione vale anche quando si presenta agli ospiti stranieri il «wellness» in stile coreano.

Ci sono viaggi in cui resta più ciò che si lascia andare, più che ciò che si è visto. Per una breve camminata che porta oltre le porte e su per il sentiero di terra, già a metà della strada la pratica comincia.

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