
Sabato 29 agosto, alle 15, la galleria Sa:Yoo, al primo piano interrato del Center One, nel quartiere Haebangchon del distretto di Yongsan, a Seul, era gremita, tanto che non bastavano le sedie pieghevoli. Nonostante il tema tutt’altro che semplice della lezione inaugurale «Parlare di spiritualità nell’era post-religiosa», tenuta dal professor Oh Kang-nam, studioso comparato delle religioni e professore emerito dell’Università di Regina in Canada, si è raccolto un pubblico piuttosto numeroso. Dopo aver ascoltato e ripreso per quasi 90 minuti il suo intervento, ho avuto la sensazione che quella fosse più una lezione sull’atteggiamento da tenere nella vita che una lezione sulla religione.
Perché chi ha lasciato la religione torna a sedersi davanti alla meditazione
Il professor Oh ha aperto il suo intervento parlando dell’essere umano come «Homo religiosus», una delle numerose definizioni dell’uomo. L’espressione nasce dall’osservazione che non è mai stata scoperta una tribù priva di religione, né un animale dotato di inclinazioni religiose. La religiosità, ha spiegato, è una caratteristica esclusivamente umana.
Ha tuttavia rilevato che la capacità persuasiva delle religioni tradizionali è in declino. I sistemi esplicativi costruiti su un’antica visione dell’universo hanno perso forza con il cambiamento di quella stessa visione. Sono state citate una accanto all’altra l’esortazione del Dalai Lama a superare lo schema di paradiso e inferno e l’affermazione di Marcus Borg secondo cui il cristianesimo ha al centro non il paradiso e l’inferno, ma la trasformazione.
I numeri comparsi sulle slide fotografavano esattamente questa tendenza. In Corea del Sud la percentuale di persone senza religione è passata dal 56,1% del 2005 al 63,4% del 2022, raggiungendo l’81,9% tra i ventenni. In tutte le società industrializzate la secolarizzazione è ormai la tendenza dominante, è stato spiegato, mentre i tre Paesi scandinavi costituiscono di fatto società prive di religione. È stata inoltre ricordata la battuta del vescovo John Shelby Spong, secondo cui negli Stati Uniti la più grande associazione di ex studenti è quella degli «ex studenti della Chiesa».
La scomparsa della religione, però, non significa la scomparsa del sentimento religioso, ha osservato. Il desiderio di comprendere il senso della vita non è diminuito; poiché le religioni tradizionali non riescono a fornire risposte, le persone si rivolgono altrove. A dimostrarlo, ha detto, sono le immagini di giovani non religiosi che scelgono i soggiorni nei templi buddisti e partecipano a corsi di meditazione.
La religione superficiale declina, quella profonda resterà oltre il tempo
L’ossatura della conferenza era la distinzione tra religione superficiale e religione profonda, un concetto a cui il professor Oh lavora da tempo.
Sono state individuate sei caratteristiche della religione superficiale: l’egocentrismo, cioè il desiderio che il proprio io stia bene; l’enfasi su una fede incondizionata e cieca; il letteralismo, che accetta le scritture alla lettera; una visione del mondo fondata sulla separazione tra l’Assoluto e l’io, tra l’io e tutte le cose; un atteggiamento esclusivo e arrogante; e una mentalità incentrata sull’aldilà.
Anche la religione profonda presenta sei caratteristiche: la ricerca del vero sé; la comprensione e l’illuminazione al posto della fede cieca; lo sforzo di cogliere il simbolismo delle scritture e il loro significato più profondo; la consapevolezza che tutte le cose sono una; l’inclusivismo e il pluralismo; e un atteggiamento che attribuisce importanza alla realtà del «qui e ora».
Sullo schermo è comparsa una frase del teologo Karl Rahner: nel XXI secolo, se non è religione profonda, non è nulla. Il professor Oh non ha negato la dimensione superficiale. Come esiste un’età in cui i bambini credono ingenuamente a Babbo Natale, è naturale partire dalla superficie; il problema, ha detto, è venire trattenuti lì, senza poter andare oltre.

La democratizzazione del misticismo: le scritture non sono informazioni, ma trasformazione
C’è stata un’espressione particolarmente suggestiva: la democratizzazione del misticismo. Quando la maggior parte delle persone non sapeva leggere, la fede veniva trasmessa attraverso le immagini; oggi chiunque può leggere direttamente le scritture e accedere a esperienze profonde. Se un tempo chi arrivava alla dimensione profonda compariva solo di rado, oggi, secondo la metafora utilizzata, spunta come fagioli che esplodono in un grande calderone.
È rimasta a lungo impressa anche la semplice metafora con cui ha descritto l’illuminazione. Salendo su una montagna si vede un parco; più in alto appare un lago, poi si aprono, uno dopo l’altro, il mare, le isole e l’orizzonte. Quell’«ah!» che allora scaturisce è l’illuminazione, ha spiegato, e la religione è il protrarsi di quell’«ah!».
È stato chiaro anche sul modo di leggere le scritture: esse non servono a fornire informazioni, ma a produrre una trasformazione. Come non avrebbe senso profanare la tomba di Picasso perché aveva dipinto gli occhi in una posizione insolita, bisogna leggere il significato nascosto dietro le parole e il contesto dell’epoca in cui sono state scritte.
L’unità del tutto e il senso del sacro: i due pilastri della spiritualità del XXI secolo
Il professor Oh ha indicato due elementi come davvero fondamentali.
Il primo è la scoperta che tutte le cose sono collegate, interdipendenti e una sola. Sullo stesso schermo sono comparsi il principio buddista dell’interpenetrazione reciproca, l’etica dei tre principi comuni del Won Buddhism e il versetto 21 del capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, «perché siano tutti una cosa sola», insieme alla dottrina del filosofo neoconfuciano Jeong Ho sull’unità di tutte le cose. Il percorso è arrivato fino alla frase di Albert Einstein, che considerava l’essere umano parte dell’insieme chiamato universo e descriveva il senso di separazione come una sorta di illusione ottica.
Ampio spazio è stato dedicato anche al Donghak. Se si dovesse indicare la religione più adatta alla Corea, ha detto, sarebbe il Donghak. C’è il Sicheonju, «portare il Cielo dentro di sé»; l’Innaecheon, «io e il Cielo siamo una cosa sola»; e il Sainyeocheon, «servire le persone come il Cielo». È stato presentato inoltre il Samgyeong, la venerazione del Cielo, degli esseri umani e delle cose.
Il secondo elemento è il senso del sacro: lo stupore davanti al mistero della vita quotidiana e l’atteggiamento con cui si cercano il senso e la gioia dell’esistenza attraverso l’«esperienza dell’ah!». Il sociologo della religione Phil Zuckerman, è stato spiegato, ha definito questo orientamento «aweism»; è stata inoltre citata la frase di Einstein secondo cui la sensibilità più bella che possiamo possedere è quella mistica.

Le questioni emerse durante il dibattito
Le domande del pubblico sono state articolate e serie. Alla domanda se la spiritualità possa davvero svilupparsi in futuro, dato che le persone sembrano perdere sempre più la capacità di pensare in profondità, il professor Oh ha risposto: «Da sempre il 5% della minoranza guida il 95% della popolazione. Ho ritrovato la speranza vedendo i giovani riunirsi nei templi e crescere il numero di quelli che meditano». Alla domanda sul perché le persone si rivolgano alla meditazione e alla mindfulness, ha risposto che hanno bisogno di trovare il vero sé da sole, non di una salvezza affidata ad altri.
A chi esprimeva dubbi sulla capacità delle giovani generazioni di raggiungere quella profondità, ha riconosciuto che non è facile per tutti, ma ha citato Arnold Toynbee: la storia è guidata da minoranze creative. Per questo, ha aggiunto, la direzione sembra comunque chiara. Alla domanda sulla religione nell’era dell’intelligenza artificiale, la risposta è stata che, se il lavoro diminuirà e aumenterà il tempo libero, gli esseri umani avranno paradossalmente più tempo per interrogarsi sul significato della propria esistenza.
La risposta che più mi è rimasta impressa è arrivata verso la fine. Alla domanda se la dimensione profonda sia uguale in tutte le religioni, ha risposto che non è tanto uguale quanto comunicante. Alcune religioni salgono sulle montagne, altre camminano lungo i fiumi, altre ancora percorrono sentieri nei boschi. Ha aggiunto che la distanza tra la dimensione superficiale e quella profonda all’interno di una stessa religione può essere persino maggiore di quella tra le dimensioni profonde di religioni diverse.
Le domande, più profonde del previsto, sono proseguite una dopo l’altra, dando vita a un dialogo e a una conversazione non meno intensi della conferenza.
Uscendo dalla sala
Al termine della conferenza, il professor Oh, con cui ho scambiato qualche parola, aveva un’espressione serena.
La percentuale di persone religiose continua a diminuire. Ma non diminuisce la domanda: chi sono io? La tendenza degli SBNR (spiritual but not religious), che si definiscono non religiosi ma spirituali, e la scena di quel pomeriggio, con giovani non religiosi che riempivano le sedie di un centro di meditazione, sono due immagini della stessa tendenza. Sono arrivata a una conclusione che mi ha fatto riflettere: anche se chi scrive si è lasciato alle spalle la religione, se l’essere umano riesce ad accogliere una religione che trascende la religione, allora resta comunque un essere religioso.
Testo e foto: la giornalista Oh Hye-sun
